Caro Burioni ti scrivo, così mi rilasso un po’.

CARO BURIONI TI SCRIVO

Caro Burioni,

chi ti scrive non è pregiudizialmente ostile ai vaccini per partito preso. Anzi ti posso assicurare che, nel migliore interesse dei miei figli, cerco onestamente di capire, districandomi tra informazioni contrastanti e poco rassicuranti da un lato, e reazioni scandalizzate di gran sacerdoti del tempio che si stracciano le vesti urlando “sacrilegio” dall’altro.

Non tutti sono laureati in medicina e hanno specializzazioni nel merito, e …certo: di capre e di cavoli non possono capirne tutti, senza essere esperti “caprologi”. Tuttavia è un grave errore ritenere che solo chi ha seguito un certo corso di studi possa decidere su questioni così fondamentali e legate alla libertà personale, che incidono cioè direttamente sulla salute e sul nostro corpo, tanto più se parliamo del corpo dei nostri bambini. Innanzitutto ci sono questioni che attengono alla sfera generale della ragionevolezza e del buon senso e, esulando dal piano strettamente scientifico, possono essere valutate anche senza una specifica conoscenza tecnica. Ma poi, Burioni, pensa se una certa categoria di cittadini, che hanno in comune una qualunque conoscenza, avesse anche il monopolio della decisione. Vivremmo non già in uno “Stato di diritto” e neppure in uno “Stato di polizia”, ma addirittura in uno “Stato di medicina”. E poi gli ingegneri potrebbero rivendicare uno “Stato degli ingegneri”, e così gli psicologi, i filosofi e tutte le altre categorie di professionisti riconosciuti.

La verità è un’altra: senza scomodare la Costituzione, che dice che la sovranità appartiene al popolo, c’è una sovranità individuale che appartiene solo a se stessi, e tutte le categorie professionali di cui la società si dota per risolvere i suoi problemi fondamentali (salute, mobilità, alimentazione etc) sono — e non può essere altrimenti — al servizio dei cittadini e delle organizzazioni che li rappresentano, e non il contrario. Da questo discende che se i singoli individui — le persone — non sono convinti o non hanno capito (anche solo una parte di loro, non fa differenza), dotti medici e sapienti hanno l’obbligo di mettersi a disposizione, rimboccarsi le maniche, “comunicare” e convincere. Così come non basta infatti che gli ingegneri siano certi della bontà di un ponte, perché i cittadini si determinino a finanziarlo e percorrerlo (e ci mancherebbe il contrario), così un dottore deve essere disponibile a dialogare con il paziente, accoglierne le richieste, le perplessità e, per quanto possibile, confrontarsi. E no… non importa quanto la legge imponga obblighi e coercizioni, nati a misura di questo o di quel gruppo di interessi: su questioni come la salute dei bambini, ad esempio, vale una sola legge: la tranquillità dei genitori. Se un genitore non è tranquillo o non è convinto, niente e nessuno al mondo lo potrà mai obbligare a infilare un ago sotto la pelle del suo piccino, fonte di gioia e soprattutto di grande responsabilità.

Detto questo, vedi Burioni, oggi ciò che manca è proprio il confronto. Non è di leggi che abbiamo bisogno, non è di allarmismo e non è di disprezzo dispensato con paternalistica sufficienza, dall’alto di un ruolo, né di saccente presunzione di superiorità, ma di sano e sereno confronto. Un genitore che oggi voglia capire e — possibilmente — placare dubbi e paure, si trova a metà tra due schieramenti: chi è assolutamente convinto dell’utilità e della fondamentale innocuità dei vaccini, e chi non lo è. In mezzo: il nulla. Ci sono conferenze e convegni per divulgare l’una e l’altra tesi, ai quali partecipano solo esponenti dell’una o dell’altra fazione, ma nessun “Burioni” siede mai nello stesso studio o sullo stesso divano di un pediatra più cauto nella somministrazione dei vaccini. Così, agli sventurati genitori autenticamente desiderosi di capire, non resta che aderire fideisticamente a questo o quello slogan, a questo o quel mantra, a questo o quel personaggio.

Inter nos, un po’ di “comunicazione” la conosco anch’io, e da un mero punto di vista comunicativo comprendo la strategia della delegittimazione dell’avversario che si attua non sedendosi allo stesso tavolo con lui: solo che questa tecnica di contenimento funziona nelle prime fasi, quando ancora la nascita di un “focolaio” di dissenso è circoscritta e si spera così di non alimentarla. La discussione sui vaccini, invece, è ormai travalicata: non serve più chiamare Grasso e dirgli di togliere l’utilizzo delle sale del Senato a chi vuole fare tavoli di confronto sul tema, non serve più invitare in televisione qualche povero genitore impreparato e fargli fare la figura dello sprovveduto, e non serve più continuare a radiare un medico dopo l’altro, per dimostrare che sono tutti dei truffatori, perché tutto questo al contrario dà l’impressione della medicina come di una setta chiusa, di una religione che emette fatwe e condanne, di una società medioevale che organizza pubbliche gogne, roghi e indici di argomenti proibiti, anziché di un settore al quale le famiglie possono affidare con certezza granitica le sorti della propria salute e di quella dei loro bambini. Se oggi in tanti sono onestamente spaventati, quello che serve, come accade in politica dove le decisioni devono fondarsi su un consenso, sono confronti pubblici di natura divulgativa, sereni, pacati, dove nessuno vuole convincere nessuno, nessuno deve sminuire nessuno, dove non si fa leva sulla paura ma sulle argomentazioni, dove si portano studi e si discute con calma sul loro reale significato. La fiducia, Burioni, è uno dei primi motori del mondo. E per fidarsi bisogna sentirsi considerati, rispettati, convincersi che chi abbiamo davanti agisca per il nostro bene e soprattutto per quello dei nostri figli. Una condizione impossibile da ottenere a colpi di provvedimenti disciplinari e di proposte di esclusione della scuole per i bambini non vaccinati. Che non sono privi di copertura vaccinale perché figli di genitori irresponsabili, ma al contrario, in molti casi, perché figli di genitori fin troppo responsabili, al punto da chiedere più garanzie, più informazioni e meno propaganda.

Per questo, oggi, vorrei invitarti a iniziare un confronto pulito, onesto, nel migliore interesse dei bambini e di nessun altro. Per semplificarlo, ti propongo una domanda alla volta, semplice, diretta.

La prima domanda

I vaccini obbligatori in Italia, al momento sono quattro. Correggimi pure se sbaglio: difterite, tetano, poliomielite ed epatite B. Il vaccino contro l’epatite B  è stato introdotto dalla legge del 27 maggio 1991 n. 165. L’obbligatorietà di quel vaccino è nata nel contesto del cataclisma giudiziario che ha “ridotto la struttura direttiva della Farmindustria a un cumulo di macerie“, secondo il Corriere della Sera dell’11 novembre 1993, che qui ti allego per tua comodità.

In Prigione il Gota dei Farmaci - Corriere della Sera 11 novembre 1993

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Soltanto Duilio Poggiolini, responsabile del servizio nazionale farmaceutico per il ministro Francesco De Lorenzo, in quegli anni ha intascato 500 miliardi di bustarelle, per poi, una volta in carcere, dichiarare ai giudici: “Vi parlerò dei meccanismi che regolano il sistema farmaceutico. E vi racconterò degli uomini che fanno girare gli ingranaggi. Non dimenticate, d’altronde, che i Ministri della Sanità sono sempre stati espressione dell’industria farmaceutica“.

Il ministro Francesco De Lorenzo, che dunque secondo uno dei suoi collaboratori più stretti era “espressione dell’industria farmaceutica” e che rese obbligatorio il vaccino contro l’Epatite B, intascò dalla Glaxo -SmithKline, unica produttrice del vaccino, una tangente di 600 milioni di lire, e per questa fu condannato. La conferma della sentenza definitiva della Corte di Cassazione imputa a De Lorenzo e a Poggiolini i reati di concussione e corruzione, dato che “negli anni 1982-1992, nelle posizioni rispettivamente rivestite nell’ambito della pubblica amministrazione, avevano percepito somme da numerose case farmaceutiche, producendo un danno erariale derivato dalla ingiustificata lievitazione della complessiva spesa farmaceutica”.

Stante questi fatti, Burioni, non ti sembra comprensibile che un genitore si domandi perché dovrebbe inoculare una sostanza nell’organismo di suo figlio che non è stata introdotta nel novero dei trattamenti obbligatori sulla base di valutazioni scientifiche e dopo ampie valutazioni, ma perché frutto delle pressioni della lobby farmaceutica e del mero profitto personale? Siamo tutti d’accordo, credo — medici e salumieri -, che l’introduzione di qualunque sostanza nel nostro corpo ha delle conseguenze. E non mi riferisco soltanto ai farmaci, ma anche agli stessi alimenti, che influiscono sulla salute anche se banalmente ingeriti e non iniettati nel sistema circolatorio. La somministrazione di un vaccino dunque, per essere giustificabile, dovrebbe essere il frutto di un’esigenza concreta, fattuale, risultante da un’evidenza medico-scientifica e senza nessun altro fattore inquinante a concorrere nella valutazione. Come può un genitore sapere che una sostanza somministrata al suo bambino (per di più direttamente nel sangue, superando dunque le normali barriere fisiologiche) dipende non da una necessità ragionata, ma da un atto di corruzione, e consentire che tale sostanza sia inoculata, esponendo il suo piccolo a un qualunque rischio, piccolo o grande che sia?

Come vedi, Burioni, i presupposti di questa domanda non sono di carattere scientifico, ma riguardano la sfera della politica e del processo decisionale che porta a normare la vita dei cittadini. Mi sembra un interrogativo che un qualunque genitore di buon senso abbia il diritto di porsi senza per questo essere delegittimato o stigmatizzato.

Io me lo pongo, ad esempio. E, se non dovessi trovare delle argomentazioni convincenti in senso contrario, che ti prego di fornirmi, la mia risposta a questa domanda resterebbe la stessa.

Resto in fiduciosa attesa.

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