Category Archives: Attualità

Macron? Ha imparato dalla Rothschild a manipolare le opinioni

Francois Henrot

Francois Henrot, ex direttore della Banca Rothschild e braccio destro di David de Rothschild, parla di Emmanuel Macron, banchiere e Managing Director della stessa banca dal 2008 al 2013.

“Ha imparato l’arte della negoziazione. Ha imparato anche, nel bene e nel male, qualcosa di molto utile in politica: la comunicazione, raccontare delle storie. In gergo, quando noi facciamo un’operazione, parliamo di equity story, una narrazione che convinca gli azionisti a comprare i nostri titoli e sostenere le nostre operazioni finanziarie. Ha imparato quindi in una certa maniera le tecniche — come dire — non della manipolazione delle opionioni ma… un pochino sì”.

traduzione di PandoraTv

from Byoblu.com bit.ly/2ppUkDK

La sfida epocale della Terra contro il Mare

LE PEN TRUMP PUTIN

di Paolo Becchi

Sbagliano coloro che oggi credono che la partita in Francia sia già chiusa, e che ormai, anche a seguito del “tradimento” di Donald Trump e del suo programma isolazionista, Marine Le Pen sia comunque destinata a soccombere. Più in generale, e sul piano geopolitico, sbagliano coloro che pensano che le potenze «marittime» abbiano ormai avuto la meglio su quelle «telluriche», per dirla con il Carl Schmitt di Terra e mare (Adelphi). L’opposizione tra terra e mare ha costituito, almeno a partire dal XVII secolo, l’asse a partire dal quale si sono nel tempo definiti i rapporti di forza tra gli Stati, e si è instaurata quella dialettica tra equilibrio ed egemonia che ancora oggi determina e misura il tempo della politica.

In fin dei conti, le più recenti mosse di Trump — Siria e Corea del Nord — sono i colpi di coda di una potenza imperiale in declino che vuole riaffermare un ruolo egemone in mondo ormai sì tendenzialmente multipolare, ma che continua periodicamente a cercare nuovi assestamenti e nuovi equilibri: oggi, quello tra il “mare” americano e la “terra” russa. Per dirla ancora una volta con Carl Schmitt, dopo la crisi dello ius publicum europaeum il nuovo nomos della terra si è spostato in Russia e oggi Vladimir Putin, per capacità e visione strategica, è l’unico uomo politico all’altezza del tempo storico che viviamo.

Verso un mondi multipolare, intervista di Byoblu a Pierluigi Fagan

ATLANTISMO EUROPEO

La domanda fondamentale che ora dobbiamo porci è la seguente: quale ruolo è destinata a svolgere l’Europa in questa nuova situazione geopolitica? A partire dal secondo dopoguerra, il Patto atlantico, con la Nato, ha collocato l’Europa in un contesto americano. L’Unione europea non ha fatto altro che continuare nella medesima direzione, con l’alleanza franco-tedesca a partire da Mitterrand e Kohl. L’atlantismo rappresentò, ed ha continuato, sia pure in forme diverse, a rappresentare il vero tratto politico comune delle democrazie europee, l’assicurazione della loro fondamentale collocazione geopolitica dalla parte degli Stati Uniti, e contro la Russia.

La Francia, da questo punto di vista, è sempre stata l’anello debole: più sovranista e più europeista che atlantista, fin da De Gaulle essa ha sempre tentato di rivendicare, contro l’idea di un’Europa satellite delle potenze marittime (Stati Uniti e Inghilterra), quella di un equilibrio tra alleati che garantisse le aspirazioni francesi nazionali a una forte unità continentale.

Se oggi irrompe, nuovamente, il “Fronte Nazionale”, è essenzialmente per la sua forza tellurica, il suo rivendicare la terra come l’esistenza autentica di una Francia che ha da sempre pensato se stessa come destinata a un’alleanza continentale, più che di una sfera d’influenza extra-europea. Era stato così, come si è detto, con De Gaulle, e il suo tentativo di fare della cooperazione franco-tedesca l’asse con cui rendersi indipendente dai due blocchi. Ancor prima, alla fine del XIX secolo e ai tempi del progetto della costruzione della linea ferroviaria Parigi-Vladivostok, era stato carezzato il sogno di un’alleanza Francia-Germania-Russia. Questa vocazione tellurica è tornata oggi a farsi prepotentemente sentire: Le Pen vince nelle terre francesi, nelle province, mentre a Parigi, la capitale, i francesi non vanno più neppure a votare.

E allora, dovremmo chiederci se la vera contrapposizione, oggi, non sia quella tra destra e sinistra — entrambe se ne escono con le ossa rotte dalle elezioni — ma, di nuovo, quella più originaria tra la terra e il mare, tra le potenze telluriche e la finanza globale. Questa è la vera sfida epocale. Da una parte, le forze populiste, che non sono né di destra né di sinistra, ma sono le forze legate alla terra, all’agricoltura e all’industria, al recupero di un’idea nazionale e, insieme, delle grandi questioni sociali del nostro tempo, a partire da quella del lavoro. Dall’altra, le élites finanziarie, con il loro modello di sviluppo liberista fondato in Europa su una moneta che ha solo il compito di distruggere i deboli a vantaggio dei forti, per imporre dappertutto la forza astratta del globalismo marittimo. Il sovranismo identitario è così diventato l’alleato naturale di tutti coloro che contestano le devastazioni della globalizzazione. Così sovranismo e questione sociale inevitabilmente si intrecciano, dando luogo a una miscela esplosiva. Carl Schmitt avrebbe detto: die konservative Revolution (la rivoluzione conservatrice) contro quella liberale.

Le Pen vuole restaurare lo Stato, le frontiere, la voglia di comunità, il senso di appartenenza nazionale e per farlo ha persino “ucciso” il padre, trasformando il suo partito, mutandone sostanzialmente la natura. Macron si è inventato un partito in due giorni, un partito privo di qualsiasi radicamento sul territorio, è il banchiere, europeista e cosmopolita, liberale, l’uomo dei flussi migratori e dei capitali, della casta mediatica, l’uomo d’affari per cui l’interesse pubblico è al servizio di quello privato, un prodotto fecondato in vitro dalle élite finanziarie per sconfiggere una donna, la nuova Giovanna d’Arco.

Fuori dal Neoliberismo, intervista di Byoblu a Mauro Scardovelli

CONFLITTO DEGLI ELEMENTI

Terra e mare, il conflitto degli elementi continua. Un conflitto che oggi significa e ha preso la forma dell’opposizione tra popoli stanziati su territori che rivendicano il senso della loro radici e la cosmopolis “rizomatica” della società liquida. Chi ha votato Le Pen o Mélenchon — se superiamo le ormai obsolete contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra, le grandi narrazioni del secolo scorso — ha votato per la stessa cosa e contro la stessa cosa: per la terra, contro il mare. Per vincere Le Pen dovrà però riuscire a dimostrare che non si vota “pro o contro il Fronte Nazionale”, ma pro o contro la globalizzazione e i suoi prodotti tossici, in primis l’euro; dovrà cioè riuscire a dimostrare che se vince lei vincono i francesi, e potranno un domani vincere anche gli italiani, i tedeschi e così via se vince Macron vincono le élite finanziarie mondialiste e le burocrazie dell’Unione europea.

La posta in gioco è altissima. La Francia, uno Stato nazionale, può ancora spostare gli equilibri geopolitici globali. La vittoria di Le Pen sarà una sconfitta dell’atlantismo, del mare, e la nascita di un nuovo grande spazio: quello tellurico euroasiatico.

from Byoblu.com bit.ly/2p7cPMC

PIIGS: adesso è il momento di andare al cinema

PIIGS

Ricevo e pubblico la lettera degli autori di PIIGS. Se andate tutti al cinema, il film che racconta la storia di tutti noi resta in sala. Vedete voi

Le cose hanno iniziato a non tornarci alla fine del 2011, prima delle dimissioni di Berlusconi. Per un pelo, altrimenti saremmo stati anche noi in piazza a festeggiare la soluzione a un falso problema. Perché, anche se per anni lo abbiamo creduto, la rovina dell’Italia, in corso già da tempo, non dipendeva solo da lui, ma dalla mancanza degli strumenti di politica economica per fronteggiare la feroce spallata che la crisi statunitense del 2007/2008 aveva dato all’Italia. E questa mancanza, avevamo capito, dipendeva dalla perdita di sovranità monetaria (e costituzionale, vedi Fiscal Compact e pareggio di bilancio) che l’Italia aveva accettato fin da quando aveva firmato i trattati europei.

Ma il sollievo di non essere in quella piazza a reiterare sempre lo stesso errore è durato lo spazio di una settimana. Perché si poneva un problema molto più grande e complesso: “Ok, e adesso? Si può fare qualcosa? Perché da questa crisi non si esce? Perché è stato imposto un presidente del consiglio senza elezioni (Monti), espressione della volontà della Troika? Perché quella che a noi già sembrava un male peggiore del male, l’austerità, veniva applicata all’Italia? A chi faceva gioco? Qualcuno stava facendo male i conti? Oppure li stava facendo fin troppo bene?”.

Da allora, l’idea di realizzare un documentario ci è girata nella testa per molto tempo, finché noi tre non ci siamo incontrati, nel 2014, e abbiamo deciso che bisognava mettere da parte qualunque esitazione. All’inizio le idee non erano chiarissime, hanno preso forma nel corso dei due anni successivi. Non sapevamo se gli intellettuali e gli economisti che volevamo intervistare avrebbero accettato, né se saremmo riusciti a realizzare un film che avesse una dignità cinematografica e non meramente televisiva. Quando è entrata in gioco la storia della cooperativa sociale di Monterotondo, Il Pungiglione, tutto ha cominciato ad avere un senso più chiaro e i pezzi del puzzle a incastrarsi. Le grosse personalità che chiamavamo iniziavano a rispondere, la storia di Claudia e dei suoi ragazzi disabili a prendere una forma emotiva e narrativa forte, l’indagine a farsi sempre più precisa e — soprattutto — sempre meno innocua.

L’unica cosa che non siamo riusciti a fare è stato trovare un produttore, perciò nel 2016 abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding con cui abbiamo racimolato circa 15.000€, dal basso, cioè da voi, che ci hanno letteralmente salvato la vita. Con quei soldi abbiamo potuto pagare le spese vive, il licensing del materiale di repertorio internazionale, e qualche compenso.

Finché, grazie al nostro agente internazionale, Stefano Mutolo della Berta Film, abbiamo trovato un distributore, Andrea Cirla di Fil Rouge Media. E adesso “PIIGS”, nato come pamphlet contro l’austerità e i suoi danni, come indagine personale su cosa diavolo stava succedendo e cosa avrebbe potuto succedere di peggio, è nelle sale cinematografiche. A partire dal 27 aprile. Dopo tre anni da quando abbiamo iniziato le riprese, e dopo cinque da quando abbiamo iniziato a studiare la macroeconomia.

Adesso tocca a voi.

Adriano Cutraro
Federico Greco
Mirko Melchiorre

from Byoblu.com bit.ly/2p4KmYv

Uber: ma siamo sicuri che questa è la modernità che vogliamo?

Modernità - uber - play

Dal 16 aprile Uber non potrà più operare in Italia.  Non voglio discutere delle ragioni dei tassisti, lobby che si dimostra potentissima in Italia  (fu capace perfino di fermare le liberalizzazioni di Monti), e neppure di quelle di Uber, che in molte altre città europee svolge un servizio pratico, velocissimo e a prezzi popolari.  Nell’era degli smartphone  e della sharing economy siamo tutti tentati dal restare delusi e dall’identificare la modernità con un’app che realizza la promessa della rete: mettere i cittadini in contatto diretto con altri cittadini.  E del resto le lunghe file sotto alle pensiline dei taxi (e il costo a fine corsa) non rappresentano un paradigma di servizio efficiente, in grado di non far rimpiangere, appunto, la “modernità”.

Di quesi tempi, tuttavia, il concetto di modernità andrebbe rivisto.  A ben vedere, Uber è una società con sede a San Francisco che realizza profitti fuori dal territorio italiano, sfruttando lavoratori pagati poco e tutelati ancor meno, né più né meno di come faccia Amazon, per di più sostituendo associazioni di categoria e privatizzando un settore che, perlomeno per quanto riguarda la gestione delle licenze, è ancora in mano ai comuni (pur con tutti i limiti del caso).

I difensori della tecnologia a tutti i costi, difendono un modello che non è altro che la realizzazione del TTIP senza la necessità di firmare però nessun trattato, nel quale chi ha risorse e capitali per finanziare start up e tecnologia  (gli USA) entra nell’economia di un altro stato e lo colonizza. Tra l’altro aumentando a dismisura la mole di dati già di per sé gigantesca a disposizione di una unica potenza straniera sui cittadini e sui loro spostamenti.

Anziché difendere consigli di amministrazione e azionisti che risiedono dall’altra parte dell’Oceano e fanno soldi nel nostro paese smantellando l’ennesimo sistema di lavoro e frammentando la rappresentanza per creare lavoratori isolati e privi di tutele, perché non aiutiamo i tassisti ad ammodernarsi e non finanziamo imprese e tecnologia italiana? Questa sì, sarebbe “modernità”. Il resto è solo colonizzazione, come nella storia se ne sono viste tante

from Byoblu.com bit.ly/2oYyvvQ