Vincolo di mandato: perché è sbagliato introdurlo. Qual è il rischio.

vincolo di mandato - no grazie

Vincolo di mandato? No grazie! Perché il divieto di mandato imperativo rappresenta una difesa per i cittadini. Perché è sbagliato cambiare la Costituzione per eliminarlo e cosa invece si dovrebbe fare.
vincolo di mandato? no grazie! Perché il divieto di mandato imperativo rappresenta una difesa per i cittadini

Se sei un parlamentare di un partito e cambi gruppo politico te ne vai a casa. Te ne vai a casa!“, tuona Di Maio dal palco. Si riferisce al cambiamento dell’articolo 67 della Costituzione italiana, che dal 1948 dice così: « Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato ». L’abolizione del divieto di mandato imperativo, con il ripristino del vincolo di mandato, mira sostanzialmente a impedire a un parlamentare eletto in uno schieramento di “cambiare casacca”. Una volontà della prima ora di Gianroberto Casaleggio, insieme al recall (la sostituzione dei parlamentari su richiesta della base). E, curiosamente, proprio questa modifica alla Costituzione italiana (che dunque non è più sacra e inviolabile, ma implicitamente si ammette che sia da cambiare) corrisponde anche a una delle due proposte di legge più votate su Rousseau dagli iscritti al Movimento 5 Stelle. L’altra è il ripristino delle case chiuse (le proposte che mirano all’uscita dall’euro, invece, sono giudicate inammissibili dallo staff, oppure spariscono dal web).

Il vincolo di mandato, a prima vista, sembra cosa buona e giusta. E inizialmente ne ero convinto anch’io. Ma lo sembra solo fintantoché pensiamo a Razzi e a Scilipoti, cioè a qualcuno che di sua spontanea volontà abbandona un gruppo parlamentare per “cambiare casacca”. Cosa succede tuttavia se un parlamentare viene espulso dal suo gruppo politico contro la sua volontà? Nello stesso Movimento 5 Stelle, per esempio, ci sono state certamente alcune dimissioni, ma tante… tantissime sono state le espulsioni (emblematico il Senato, che ha perso 20 senatori per strada). Alcune di queste sono state condotte con procedimenti sommari, privi del più elementare diritto di difesa, argomentate attraverso l’uso di una retorica di parte al fine di nascondere le reali motivazioni dell’espulsione e di ottenere una legittimazione basata su un plebiscito popolare similmente a quanto avveniva durante le fasi dell’annessione al Regno d’Italia o ai tempi del fascismo. Prova ne è che alcuni parlamentari hanno tentato di fare ricorso contro queste decisioni, ottenendo una risposta dall’esito scontato, a dimostrazione del fatto che questo “cambiamento di casacca”, per alcuni, non era certamente voluto, ma subito con dolore (e in altri casi, invece, è stata la magistratura a stabilire che molte espulsioni non fossero valide).

Ora chiediamoci: un parlamentare che venga allontanato dal suo gruppo politico, si ritrova alla porta perché ha violato le regole, i principi, i valori di quel gruppo? Oppure viene fatto fuori perché era diventato scomodo, avendo visto quegli stessi principi calpestati proprio da quel gruppo che, per togliersi di mezzo un rompiscatole scomodo, lo espelle? È chiaro che da un gruppo si viene espulsi per due motivi: o perché non se ne rispettano i principi, oppure perché si rimasti è gli unici a rispettarli. La legge della maggioranza infatti è un’arma a doppio taglio: è buona finché la maggioranza è buona, ma è cattiva quando ad essere buona è rimasta solo la minoranza.

E qui entra in gioco il divieto di mandato imperativo, che è presente in quasi tutti i sistemi costituzionali nei paesi che hanno una democrazia cosiddetta rappresentativa: manca solo in Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India. E il motivo è presto detto: una forza politica rappresenta sempre gli interessi particolari di una parte dei cittadini (talvolta, inconsapevolmente, di pochi), e questi interessi possono non coincidere con il bene comune del Paese. Cosa accadrebbe allora se quella forza politica, magari diretta da individui spregiudicati che nel tempo hanno preso il sopravvento, imponesse ai suoi parlamentari di votare leggi che vanno palesemente contro gli interessi della collettività dei cittadini (o perfino contro quelli delle ispirazioni originarie del partito) pena il loro allontanamento dal Parlamento e la loro sostituzione con altri parlamentari più compiacenti? Si apre la strada, cioè, alla dittatura di pochi, che impossessatisi dei vertici di una forza politica, minaccino o ricattino i parlamentari al fine di ottenere vantaggi personali.

Invece, cosa dice il divieto di mandato imperativo? Dice che ogni parlamentare eletto rappresenta la Nazione, ovvero che pur rispettando il mandato particolare che gli è stato conferito con le elezioni, si deve fare garante e custode degli interessi di tutti i cittadini del Paese, nel senso che deve essere libero di non partecipare all’approvazione di leggi che siano in contrasto con la sua coscienza, magari perché palesemente contrarie al bene collettivo. Una tutela per la democrazia che i padri costituenti avevano introdotto memori dell’esperienza del fascismo. E sulla quale nel 2010 Grillo era d’accordissimo, laddove diceva:

L’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” è molto chiaro. Chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito. Un ministro della Repubblica, un presidente del Consiglio, deve fare gli interessi della Repubblica Italiana e, quindi, dimettersi dalle cariche di partito.

Grazie al divieto di mandato imperativo, allora, un parlamentare che fosse cacciato da un gruppo in base non ai suoi demeriti, ma al contrario in base ai demeriti di chi lo espelle, è ancora in grado di preservare la forma democratica, continuando a tutelare gli interessi originari in base ai quali era stato eletto, all’occorrenza aderendo o creando un nuovo raggruppamento parlamentare che coincida con quegli stessi valori. È una forma di garanzia che consente a un partito di non prevaricare il Parlamento, espellendo arbitrariamente quei membri dell’assemblea del popolo che non fossero graditi. Certo, è una tutela che consente allo “scilipotismo” di manifestarsi, ma del resto anche l’onere della prova in capo all’accusa, nel nostro sistema giudiziario (con la presunzione d’innocenza), rappresenta lo stesso equilibrio tra opposti rischi, laddove privilegia i diritti dell’imputato a discapito della prepotenza dei potenti, sulla base del principio che è meglio un innocente fuori che dieci colpevoli dentro. È quel “garantismo” che contraddistingue le società basate sui diritti. Ribaltato sull’articolo 67 della Costituzione, questo ragionamento suona più o meno così: meglio un voltagabbana in più, che un Parlamento ostaggio di un regime totalitario.

L’abolizione del vincolo di mandato accentua il rischio della selezione di una classe dirigente prona ai voleri del padrone, che per il suo proprio interesse, ovvero per conservare quella poltrona tanto vituperata a parole, accetta l’ubbidienza totale in cambio del mantenimento dello status di parlamentare. A cosa serve avere un Parlamento se tutti i parlamentari di una intera forza politica sono vittima dello schiaffo di una dirigenza di partito? Tanto varrebbe allora ci fosse un solo parlamentare: il segretario di quello stesso partito, in rappresentanza di tutti, che magari fa le leggi insieme ai soli segretari degli altri partiti. Immaginate cosa avrebbero potuto fare Renzi e Berlusconi, al tempo del PDL, se in Italia la Costituzione non vietasse il vincolo di mandato: avrebbero sostituito tutti i parlamentari che dissentivano con la loro volontà di riforma del Paese, mettendone al loro posto altri pronti a votare sempre e solo sì, magari in cambio di soldi. Due sole persone, massimo tre, avrebbero già cambiato la Costituzione da tempo, e forse non si sarebbe neanche trovato il numero di parlamentari necessari a chiedere un referendum confermativo, per cui adesso non ci sarebbe nessun tour per spiegare le ragioni del “No“.

Il problema dei cambi di casacca effettivamente c’è, ma non si risolve smantellando le norme costituzionali poste a baluardo dell’avvento dei regimi (già adesso riescono a piegare la democrazia scivolando abilmente sulla linea di confine che separa il lecito dall’illecito), bensì scegliendo accuratamente — prima — le persone che si mandano nelle istituzioni, e mantenendo uno spirito critico vigoroso e vigile — dopo —  nei confronti degli stessi eletti, durante tutto il periodo del mandato elettorale, disponendosi a non accettare passivamente ogni decisione che da loro provenga, quasi che si facesse parte di una famiglia i cui membri vanno difesi anche quando sbagliano, ma valutando le loro azioni dal punto di vista complessivo degli interessi del Paese.

Così come i parlamentari debbono cioè, senza vincolo di mandato, rappresentare l’intera nazione, allo stesso modo anche i cittadini, una volta terminata la fase delle votazioni, debbono giudicare tutti i parlamentari in maniera equa e obiettiva, imparziale, sentendo la responsabilità di avere come unico vincolo di fedeltà il bene della nazione e non il vantaggio politico di un singolo gruppo di interessi, sia pure quello per cui hanno votato.

Se i cittadini sentissero di appartenere a un’unica squadra e la smettessero di dividersi e farsi dividere, secondo la vecchia strategia del “Divide et impera“, allora per la politica e per i demagoghi non ci sarebbe più alcun spazio di manovra, se non quello di essere costretti a perseguire un bene superiore. Il che rappresenta il vero, autentico “vincolo di mandato“.

from Byoblu.com ift.tt/2buJEtE

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